Mentre passeggiavo per le vie di Castello, un negozio di perle ha destato il mio interesse. La vetrina con la merce esposta faceva da sfondo a qualcos’altro di ancor più interessante: l’artista/artigiano, creatore di quei meravigliosi pezzi, stava infatti trasformando la materia prima, il vetro, nei prodotti che sarebbero stati lì esposti.
Collane, orecchini e tanti altri oggetti di perle che ai miei occhi sembravano evidentemente differenti rispetto a quelli presenti nelle altre vetrerie veneziane: i colori e le sfumature un chiaro richiamo all’arte e alla cultura africana, la firma inconfondibile del loro creatore, il senegalese Moulaye Niang, per tutti il Muranero.
Una volta varcata la soglia del negozio, la curiosità di conoscere meglio la sua storia è stata subito ripagata dalla disponibilità a parlare liberamente con me – tra una perla e l’altra – della sua opinione su Venezia, la “sua casa”, e del modo di concepire l’arte del vetro: pura tecnica mista alla personale visione con “occhi” africani.
Quando e perché hai scelto di vivere a Venezia e imparare l’arte del vetro?
La prima volta che sono venuto a Venezia risale a diversi anni fa, in occasione di una gita scolastica promossa dall’istituto che frequentavo a Parigi. Per la prima volta ho potuto vedere all’opera la lavorazione del vetro e ne sono rimasto profondamente colpito. L’arte nella mia famiglia ha sempre rivestito un ruolo di prim’ordine: mio padre con la lavorazione dell’oro, mia madre con i tessuti per le bambole africane e i miei fratelli musicisti (Moulaye, del resto, è un apprezzato batterista, ndr); una scelta quasi “obbligata”!
La scelta di vivere a Venezia, oltre che per questo motivo, per il suo essere una città non “metropolitana”, e quindi ben lontana dai ritmi frenetici parigini. Qui tutti conoscono tutti e si può facilmente instaurare un dialogo tra le persone.
La tecnica della lavorazione del vetro è una prerogativa dell’isola di Murano: qual è il tuo rapporto con l’isola e con gli artisti/maestri del vetro?
All’inizio non è stato facile entrare in contatto con i grandi maestri muranesi, questo perché sono abituati a lavorare “al chiuso” quindi senza il pubblico. Una volta che però mi hanno “aperto le porte”, ho potuto solo che imparare da loro, sia per quanto riguarda la tecnica sia per quanto riguarda l’umiltà con cui affrontare questo mestiere. 
La prima volta che ho incontrato Pino Signoretto, per esempio, mi ha mostrato la sua fabbrica come se mi conoscesse da tempo, i suoi lavori e per me è stata una palestra importantissima. I primi passi in questo mondo invece li ho fatti con Vittorio Costantini, il quale mi dispensava di consigli e mi avvertiva delle difficoltà che avrei avuto, sollecitandomi tanta calma e pazienza per raggiungere gli obiettivi prefissati. Successivamente, la famiglia Mantovan e personalità come Davide Salvadori e Afro Celotto mi hanno aiutato nel perfezionamento della tecnica: curioso infine il fatto che la tecnica di lavorazione della perla mi è stata insegnata da una ragazza di nome Perla (Mantovan, ndr)!
Un mestiere quello del vetro che non viene ripreso, come un tempo, dai figli o parenti dei maestri vetrai: come ti spieghi questa tendenza?
Per secoli ai Muranesi era proibito far conoscere quest’arte fuori dalla loro isola e questa “chiusura” è rimasta attiva fino agli anni ’70 del secolo scorso, momento in cui si è invece aperto un mercato internazionale.
Un dato che non tutti forse sanno è che ogni anno in America si diplomano in questa disciplina un milione di persone, in larga maggioranza cinesi e indiani, in grado di fare tutto, senza però arrivare a quel gioco di colori e sfumature che contraddistinguono l’inconfondibile lavoro dei muranesi. L’Austria e la Germania, conosciute per l’ottimo lavoro nella composizione chimica, e gli Stati Uniti stanno crescendo sempre di più e Venezia-Murano, da capitale indiscussa, rischia di diventare una succursale, o nella peggiore delle ipotesi, scomparire. Occorre quindi che i veneziani e muranesi continuino a fare questo mestiere e, per questo, la pratica dell’insegnamento risulta indispensabile. Bisogna quindi pensare alla maniera europea, anche perché la Comunità Europea riconosce a livello internazionale e tutela anche a livello economico questo mestiere, purché sia “trasmesso” alle generazioni attuali e a quelle che verranno.

Tutelare non significa quindi “fare il marchio”, un semplice bollino appiccicato sopra, bensì far sì che ogni pezzo prodotto sia “rintracciabile” e attribuibile all’artista che l’ha fatto, attraverso una carta che lo attesti. Non sono per questo contrario all’apertura internazionale del mercato, piuttosto bisogna finire di vendere e spacciare un prodotto lavorato fuori dai confini veneziani e muranesi, appiccicandoci sopra il famoso bollino. Così non si va da nessuna parte, non si raggiunge quell’eccellenza tanto voluta e ricercata!
Questo progetto della Comunità Europea in che cosa consiste?
Si tratta di un progetto promosso dalla C.E. da svolgere nell’arco di un triennio, che prevede l’insegnamento a livello europeo dell’arte del vetro. Attraverso una documentazione che riporta quanto effettivamente è stato fatto (per esempio il numero di persone che hanno avuto accesso all’insegnamento) in questo periodo, la C.E. si incarica di sovvenzionare tale attività con rimborsi e finanziamenti molto interessanti. Insomma un incentivo per i maestri ed artisti del vetro per continuare l’insegnamento a più persone, ma allo stesso tempo un importante ritorno economico. Nessuno però vuole fare questo anche perché oggi non si vuole “rischiare” con un progetto lungo 36 mesi.
Passando agli aspetti più tecnici, quanto c’è di arte e cultura africana nella tua tecnica di lavorazione del vetro?
Qui a Venezia ho imparato le tecniche veneziana-muranese e americana (le più conosciute, ndr) e le ho subito applicate al mio modo di essere ed esprimermi derivatomi dalla mia terra d’origine, l’Africa. Da questa unione sono riuscito ad ottenere combinazioni di colore e sfumature che qui non si farebbero mai. Un esempio pratico: la tela per dipingere qui è bianca, in Africa invece è nera! Al vetro “occidentale” insomma ho aggiunto la mia africanitudine, ricreando le tonalità tipiche della mia terra.

Ubuntu è un’espressione in lingua bantu per esprimere un’ideologia che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone: quanto c’è di questa concezione nel tuo approccio all’insegnamento di quest’arte?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare una piccola premessa: quando una persona non sta bene con se stesso non può dare, se uno non sa amare non può insegnare che cos’è l’amore. Questo si chiama “guardarsi nello specchio”, cioè vedere dentro di sé e capire che quello che possiamo fare, anche qualcun altro può farlo similmente, sia nel bene che nel male; ed è da questo che si giunge alla fase del dare per ricevere al fine di condividere qualcosa di vero che è dentro di sé. I maestri vetrai, secondo me, dovrebbero fare lo stesso: il sapere che è stato loro insegnato non dovrebbe rimanere fine a se stesso, ma anzi dovrebbe essere felicemente condiviso. Aprirsi agli altri senza paura, perché il vero pericolo non sono gli altri ma se stessi.
E l’insegnamento, non mi stanco di dirlo, è indispensabile per salvaguardare questo mestiere: ecco perché invito tutti i giovani, studenti e non, o semplici curiosi a venire qui per provare la lavorazione del vetro, senza alcun impegno ma motivato dalla curiosità di avvicinarsi a questo mondo.
Un’ultima domanda: che significato hanno per te Venezia e i Veneziani?
Mi piace Venezia in ogni stagione e in ogni condizione atmosferica. Amo Venezia per la sua bellezza, anche se presente pioggia o acqua alta. Mi piace Venezia di notte con le luci, quando la luna riflette sull’acqua e gli edifici si ”prolungano” riflessi. Mi piace girare con la barca tra i canali… insomma Venezia è tutta una poesia. Mi piacciono inoltre i Veneziani, persone socievoli, soprattutto quando non parlano di politica o di differenza tra religioni, ma quando parli con loro della vita.
Parole come extracomunitario, tolleranza ed integrazione sono parole che per me non hanno senso: questo perché ciò che conta è “vedere dentro” le persone e la mia esperienza in laguna ne è testimonianza. La musica, per me importante tanto quanto l’arte del vetro, a Venezia viene fatta soprattutto nei locali e nelle osterie dispersi nei campi e campielli: sono gli incontri con questo pubblico ad accrescere in me la passione e la conoscenza di questa città e del suo stile di vita.
Prima di salutarlo e ringraziarlo per il tempo che mi ha concesso, ho voluto anch’io provare a fare una perla. Il risultato finale, ben lontano dai suoi, è stato però così gratificante da farmi capire quanto necessario preservare quest’arte – vero patrimonio della cultura lagunare – nel tempo. E se a volerlo è un bravo e simpatico artista senegalese, assume ancora di più significato e forza.

Contatti
Niang Moulaye
Salizada del Pignater, 3545
Castello 30122
Venezia Italy
nvemoulaye@hotmail.com
facebook: muranero


