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Intervista ad Antonio Parente, titolare della ditta che da anni realizza i fuochi di artificio per la festa del Redentore di Venezia.

DI Luisa De Salvo

D. Come si tramanda l’amore per un fuoco di artificio?
R. Sono già cinque generazioni che facciamo questo mestiere. Viene tramandata da padre in figlio e quindi è come fosse una scuola, un’arte che cambia adeguandosi alle nuove tecnologie e ai mutamenti di gusto, al mercato e alla modernità.

D. Rispetto agli altri eventi per i quali lavorate, cosa rappresenta la festa del Redentore e più in generale Venezia?
R. Siamo veneti perché l’azienda proviene dal sud Italia, ma da oltre 50 anni lavoriamo in questa regione. Quindi per noi Venezia è stata sempre un must dei fuochi. Oltretutto il Redentore è una delle feste pirotecniche più famose e rinomate che ci sono in Italia e non solo. La cornice di Venezia è già uno spettacolo: illuminarla con artifici è sempre una grande soddisfazione. E’ un’emozione fare i fuochi in un bacino pieno di barche e un pubblico esageratamente vasto: una festa nella festa.

D. Il momento in cui si emoziona di più?
R. Normalmente è l’inizio e la fine. L’inizio perché l’apertura dello show è sempre molto importante, la fine perché è il momento clou e poi perché scarichi tensione dopo mesi di lavoro.

D. Il momento più impegnativo o pericoloso nella preparazione dello spettacolo?
R. Sono due cose un po’ distinte perché l’impegno viene prima dell’allestimento. C’è uno sforzo enorme nell’organizzare, nel pianificare tutto quello che deve essere lo spettacolo. Anche il progetto dello show non è così semplice perché negli ultimi tre anni ha avuto un cambiamento non comune: è stato aumentato il fronte di fuoco, abbiamo curato molto di più la coreografia.
Il pericolo naturalmente si manifesta durante lo spettacolo. Ultimamente il nostro campo tecnicamente è progredito al punto da essere abbastanza sicuri nell’allestimento e nel montaggio al momento di partire. L’unica parte che resta rischiosa è il momento dello spettacolo perché la folla è un po’ difficile da trattenere, nonostante tutte le forze dell’ordine facciano il possibile per mantenere le barche a dovuta distanza. Ogni anno si manifesta il problema di barche o piccoli natanti che si avvicinano troppo e non rispettano i limiti. In confronto a qualche anno fa, quando tutto era piuttosto allo sbaraglio, adesso anche grazie alla Venezia Marketing Eventi, l’organizzazione è molto più rigida: vengono assegnate delle zone ben distinte delimitate con boe per diversi tipi di barche, le chiatte vengono posizionate con sistemi gps che sbagliano al centimetro (dieci anni fa si andava un po’ ad occhio!) E’ un progresso che aiuta e garantisce una maggiore sicurezza anche per il pubblico.

D. La cosa che le piace di più e quella che la infastidisce?
R. Quello che mi piace di più è la festa. Effettivamente mi è capitato diverse volte di fare i fuochi a Venezia, come per Carnevale che è un evento sempre più popolato, e per Capodanno, ma la festa del Redentore richiama gente da tutto il Veneto e non solo, esprime un grande calore. E poi è il vero evento dedicato ai veneziani che infatti partecipano numerosissimi.
Sinceramente più che infastidire mi rende nervoso il mancato rispetto dei margini di protezione. A volte capita che sia veramente pericoloso. Lo capisco, ma mi preoccupo che in certi momenti venga meno la sicurezza, che qualcuno non segua le regole imposte dalla polizia o dalla capitaneria. La cosa buffa è che è esattamente dopo l’ultimo colpo dello spettacolo che si accende il caos totale: il mare diventa un labirinto di barche che si innervano all’interno delle chiatte posizionate. E proprio in quel momento noi dovremmo i rispettare i tempi necessari – almeno un’ora – per la bonifica, i controlli, ma è impossibile.

D. Se potesse cambiare qualcosa, cosa sarebbe?
R. Non ci sono tantissime cose da cambiare. La festa è bella così. Naturalmente ci vorrebbero più barche a remi, come una volta quando il bacino era letteralmente coperto da gondole. Adesso si fa fatica a vederle. Viene tolta un po’ di poesia al tutto, è un paesaggio diverso.

D. Considerata l’importanza dei fuochi in occasione della festa, la parola “artificio” si è trasformata in sostanza: per molti turisti e residenti il Redentore sono i fuochi. Questo la rende felice, ma la carica anche di responsabilità?
R. Sì, perché è la parte culminante e tutto dipende dai fuochi. In un evento, l’aspettativa di migliaia di persone che attendono quelle migliaia di luci è abbastanza stressante, però nello stesso tempo dà soddisfazione, soprattutto quando tutto è andato bene, la gente è contenta o applaude.

D. Se pensa ad una forma o ad un colore dei suoi fuochi, quale preferisce?
R. Per me i colori oro e il rosso sono essenziali per Venezia, in bacino San Marco non devono mancare, all’inizio o alla fine. Normalmente li uso per entrambi i momenti.
Non esiste una vera e propria forma. Sono coreografie spontanee a cui si adattano le forme: una serie di artifici che formano scene complesse senza denominazioni. Non esistono software che li gestiscono meccanicamente: viene fatta una scaletta generica e dopo viene ampliata in base al gusto e alla tipologia di artificio. E’ una cosa un po’ complicata da spiegare, però alla fine i fuochi sono legati alla fantasia. La regia viene lavorata mesi prima e parte tutto da un disegno artistico dello show che viene distribuito in azienda per la preparazione e diviso per i vari piani di produzione interni, in modo da gestire le accensioni con sistemi di sparo, quindi viene pianificato in concreto come dovrà essere sul posto. La scaletta viene comandata “manualmente”, così da poter essere interrotta in qualunque momento.

D. Quanti uomini lavorano sul posto?
R. Per uno spettacolo del genere lavoriamo in 15/20 persone per una settimana circa. Invece in azienda minimo altrettanti per circa un mese di lavoro. E’ abbastanza impegnativo. Non sono le stesse persone perché le competenze sono diverse e poi facciamo circa 700 spettacoli in un anno, quindi c’è un cambio notevole.

D. Quale gioco di artificio vorrebbe dedicare a Venezia e non ha ancora realizzato?
R. Mi piacerebbe fare una cosa un po’ assurda: degli artifici collegati sotto con dei palloni aerostatici che si alzano piano in cielo. E’ una cosa molto particolare, ma anche troppo pericolosa per realizzarla a Venezia. La faccio in altri posti dove ci sono moli verso il mare o chiatte in cui è possibile rispettare una distanza di 3/400 metri da fonti di pericolo. Sembrano angeli che salgono in cielo…un effetto scenico particolare.

D. Quale è l’evento dei suoi sogni?
R. Questo non ho idea. Diciamo che nel nostro campo attualmente l’evento clou di un pirotecnico sono le cerimonie di apertura e di chiusura delle Olimpiadi. Noi abbiamo avuto la fortuna di fare quelle invernali a Torino. Ripetere un evento del genere è sempre una grande successo, ambito da tutti. Ogni due o quattro anni le migliori aziende al mondo partecipano a questo momento spettacolare e vincere la gara è importante sia per il nome che per l’evento stesso, visto da milioni di persone.


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