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Incontriamo Ricci/Forte autori e registi di Grimmless che è in scena a Venezia al Teatro Fondamenta nuove il 14 ottobre nella sezione speciale riservata alla scena italiana contemporanea della Biennale di Venezia.

Innanzitutto due parole su di voi: gli albori di Ricci/Forte, che formazione avete avuto, quali sono stati i vostri maestri?

Rigurgitati da una formazione classica come l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, sentivamo il crepuscolo creativo pericolosamente vicino. Il panorama teatrale sembrava una distesa di distruzione, in attesa di avventori dello sterminio. Pur avendo avuto in clausura incontri rigeneranti, come quello con Luca Ronconi, che aveva illuminato a giorno le dinamiche intertestuali del linguaggio, il bisogno di confronto con il contemporaneo non smetteva di lanciare bengala di soccorso. L’approdo a New York e l’incontro con le arti performative hanno fatto da reagente innescando una fissione nucleare a catena che ancora ci accompagna.

Quando avete iniziato a lavorare insieme, in quale ambito?
Notti senza sonno ti costringono ad inseguire anche i rumori minimi, a lanciarti senza deroghe nel buio della coscienza circostante, sforzando lo sguardo alla ricerca di un riflesso. Nel carosello di accostamenti incongrui, stabilire un patto di condivisione etica ed espressiva tra noi è stato quasi naturale, ineluttabile. L’habitat, la crosta lunare sulla quale abbiamo da sempre poggiato il passo è stata quella teatrale. Stefano, Gianni e il palcoscenico: un moderno impianto di ventilazione contro il fetore del nostro ieri individuale.

 

Prima il cinema o il teatro?
Non c’è un prima, non esiste un dopo. Abbiamo solo un continuum in cui l’ugola assume i connotati che meglio articolano il codice linguistico. Tutto proiettato verso il racconto, la necessità della condivisione. Il media è solo uno strumento: lo sforzo è quello di raccontare qualcosa che non sia un tradimento con la nostra essenza espressiva. Rombi felpati, sussurri roboanti, deflagrazioni ogivali o tintinnio di lampadari di cristallo baccarat, quando la comunicazione viene stabilita tra perimetri eterogenei si ha ogni sorta di conseguenze nel sistema. Particelle sfuggono ai margini. Esplodono significanti, balenano fenomeni prodigiosi: le risonanze, appunto. Linfa di un approccio filosofico che punta all’espressione svincolata dai margini che l’uomo gli impone con i suoi orizzonti limitati all’inquadratura.
Siete venuti alla ribalta anche grazie al vostro lavoro di sceneggiatori presso una serie tv italiana; ma in teatro siete riconosciuti come portatori di un nuovo linguaggio e una poetica molto forte, che dipinge gli scenari più cinici della società contemporanea: quanto del vostro lavoro per la tv influisce poi sul testo teatrale?
La capacità di confronto, la difficoltà ad affezionarsi a qualcosa che non supera il collaudo della scena, il tempo che non è mai abbastanza e va parcellizzato in ogni istante per permettere alle visioni, ai concetti di svilupparsi e assumere i contorni di ciò che deve essere: il più vicino possibile al nostro sguardo. Se è vero poi che tutti noi siamo quello che facciamo, la domanda va riformulata: quanto della vostra vita influisce nella creazione drammaturgica? E la povera Sfinge sarebbe costretta ad un digiuno forzato a causa delle innumerevoli risposte esatte dei tanti Edipo in odore di chivuolesseremilionario.

 

Dopo gli ultimi successi, la collaborazione con la Fondazione Fendi per il progetto speciale Some Disordered Christmas Interior Geometries, sbarcate ora alla Biennale di Venezia: cosa significa per voi essere invitati a  La Biennale Teatro 41 Festival Internazionale?
Il crash test continuo è con il tempo presente, non con la sua ordalia. La collaborazione con il mecenatismo di alcune Fondazioni o l’invito a manifestazioni internazionali di prestigio come Biennale Venezia Teatro 011 da parte del suo attuale direttore Alex Rigola, costringono a tenere alto il senso critico rispetto ai battiti di ciglia che eseguiamo. Aggiornando la scansione di un disagio che attraversa noi e ci imbastisce agli altri, tracciamo una rotta dalla Manciuria a Times Square, nello sfiancante e ossigenante esperimento di ritrovare le impronte dei nostri passi.

 

Young Italian Brunch sezione speciale riservata ai nuovi talenti della scena italiana, fortemente voluta dal direttore Alex Rigolauna ventata d’aria fresca per l’istituzione veneziana e per il teatro italiano?
Nella letargia burocratica e culturale che impasta il nostro Bel Paese, alimentata con epidurali di teatro postprandiale o, tanto peggio, esteticamente fruttuoso ma vuoto sotto ogni profilo contenutistico o concettuale, ben vengano le salvifiche passerelle che sollevano nuovi fermenti artistici dall’acqua alta putrida e stagnante di un paese abulico e ignorante, indietro miliardi di anni luce dal significato di contemporaneo.

Al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia il 15 ottobre vedremo in scena Grimmless: il vostro ultimo lavoro basato sulle opere dei fratelli Grimm, come mai vi siete avvicinati alle fiabe?
Sentivamo arrivato il momento di analizzare il Male alla genesi. L’infanzia, terra feconda di tutte le privazioni future, ci ninnava con le sue favelle distorte, cartone dorato, futuro metadone. Siamo quello che ci hanno raccontato. Sopravviviamo in quello che ci raccontano. Era giunto il momento di dire basta e diventare affabulatori della propria condizione. Senza lieto fine. Ma con la bacchetta magica del nostro voler stare in piedi in modo ostinato. Senza attendere alcun Godot nei panni azzurri principeschi. Noi. E la riscoperta di una vita senza fiabe ma con i giorni sorprendentemente traboccanti di azione.

Un allontanamento dal naturalismo per avvicinarsi ad una realtà ancora più vera?
Un uomo abbattuto da un avversario può rialzarsi ma un uomo che cade a terra per uno sgambetto del conformismo rimane steso al suolo per sempre. Stanchi dei cuscinetti termici adottati per parare i freddi improvvisi, ci dedichiamo con cura ad una anatomia diurna, priva di sconti, che recupera i bagliori poetici proprio perché sfrondata da ammennicoli di mistificazione bonaria da sopravvissuto borghese.

Spesso siete stati apprezzati per l’empatia che i vostri personaggi suscitavano nel pubblico, in Grimmless questo non accade o almeno non c’è il tempo perché accada… è voluto? Su quali altre assi si muove Grimmless e qual’è il rapporto che avete con gli attori, quanta libertà lasciate all’improvvisazione e quanta al testo?
Non si tratta di personaggi, l’empatia con il pubblico è generata dallo svelamento di un malessere condiviso, dall’identico sforzo per decodificarlo. I 5 performer (Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Valentina Beotti, Andrea Pizzalis, Anna Terio) sono scoperti, pronti a condividere qualcosa di privato per la comprensione comune. Le spirali di improvvisazione sono una vertigine che ci aiuta a fare luce nel percorso da intraprendere. I nostri soldatini-senza-fiabe lo sanno e gestiscono il periodo di prove con una fiducia + una generosità assoluta, consci che il loro prezioso patrimonio individuale verrà elaborato e ricomposto alla luce di un’architettura che, oltre a rispettarli, sostenga un’etica salvifica, un nuovo umanesimo.

Con Grimmless sentivamo il bisogno che in ogni momento lo spettatore percepisse la capacità dell’interprete di manipolarlo, per rendergli sempre presente la capacità altrui di raccontare “fiabe”, trasfigurare il Reale. Avevamo bisogno di raggiungere il climax che contempla un’adesione ventricolare, per poi tranciarla di netto scoprendo la capacità mistificatoria. Rispetto ai lavori precedenti, Grimmless è, nonostante l’apparente freddezza, più intimo degli altri. Semplicemente non volevamo che lo spettatore si lasciasse travolgere dall’emozione, dimenticando l’assioma del burattinaio. Allo stesso tempo, però, è il più bianco dei nostri lavori, il più diafano e sincero nella constatazione della propria inanità. Nei soldatini-senza-fiabe, nel loro viaggio all’interno del bosco, c’è una compressione dell’emozione. Un cortocircuito di visioni interiori piu che personaggi o situazioni realistiche: insetti fuori catalogo che comunicano mostrando le loro ali iridescenti sgualcite dallo sforzo.

 

Ricci/Forte

 

Intervista a cura di Camilla Toso

 

 


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